È un dolore composto, quello dei genitori di Valeria Solesin. Un dolore che mi ricorda molto quello di Beppino Englaro. Un dolore lucido, raccolto, di poche parole, discreto, ma che piano piano si insinua dentro fino a costringerti a chiudere gli occhi. Fino a toglierti il fiato.

E non ti basta riaprirli, tornare alla tua realtà, sapendo che va tutto bene, che lei invece c’è e sarà da qualche parte a far casino. Non ti basta, perché il solo pensiero di perderla ti annebbia la mente. Il solo pensiero di perdere un figlio riesce ad annientarti. A bloccare ciò che stai facendo, a interrompere il flusso dei tuoi pensieri. Riesce a trafiggerti.

Leggendo stamane il quotidiano, che riportava con delicatezza l’atroce esperienza dei genitori di Valeria, non ho potuto fare altro che pensare a ieri e all’immenso valore che Rebecca è riuscita a dare, con la sua presenza, alla mia giornata. E ho provato ad immaginarmi improvvisamente sola, senza di lei. Senza un braccio, una gamba. Senza polmoni e senza cuore. Perché penso che mi ritroverei così, irrimediabilmente a pezzi, disarticolata, disarcionata dalla vita.

Chiudo la pagina del quotidiano sulle pieghe amare che solcano i volti di questa coppia e respiro a fondo, la nostra vita andrà avanti lo stesso. Stasera però, con un po’ di paura in più.

Domani, passerà.

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