Una settimana ancora e saranno 48. Ieri mattina, me ne hanno dati 32. Solo davanti alla mia faccia palesemente stupita è partita la correzione “Te ne do 35 al massimo, ma al massimo, eh?!”.

Ringrazio l’emittente (un uomo), ma non mi monto la testa più di tanto. Avvicinarsi al mezzo secolo, significa una cosa sola: il “grosso” è andato. E quando “il grosso” è andato, cominci a fare la lista delle cose da archiviare definitivamente, ti piaccia o no. Ad esempio, fare un figlio. O un altro figlio, a seconda. Oppure, ambire allo step di carriera per il quale tanto hai lavorato, quello che ti porterebbe lontano da tutti, ma che importa, visto che è esattamente ciò che vorresti. E ancora, frequentare quel master dall’altra parte del globo. Potrei continuare il mio personalissimo elenco, con altri esempi, ma è meglio fermarsi qui. Rischierei qualche rimpianto.

Insieme alla consapevolezza di avere chiuso molte porte per sempre, si affaccia ogni tanto il pensiero della “scadenza naturale” o “dell’uscita dal corpo sociale”, quest’ultima, definizione meravigliosa coniata da un notissimo guru della ricerca sociologica. Non sono spaventata dal tempo che passa o dalla consapevolezza, che la strada davanti a me sarà giocoforza più corta e più faticosa. Semplicemente mi fermo spesso a pensare a come sarà, a come sarò. E per quanto tempo ancora. Chissà…

Chiudo il rush finale di questa settimana, calzando i 32 anni che mi hanno assegnato ieri e preparandomi al numero nuovo. Con un compito importantissimo: buttare per sempre mazzi di inutili chiavi ormai arrugginite e invecchiate e aprire nuove porte nelle pareti. Attenzione, non ho detto “aprire porte” poiché si presupporrebbe la loro esistenza, bensì cercare belle superfici, idonee a ricavare nuove aperture. Potrò usare allo scopo un piccone, una motosega, il set di coltelli dello chef Tony, l’importante è aprirsi su uno spazio nuovo ancora tutto da comporre.

Sarà un esercizio interessante.

Non ho parlato di regali di compleanno. Rimedio subito: ho pensato di regalarmi una zuppiera. Una bellissima zuppiera, che è anche metafora del momento che sto vivendo…

 

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