Capita a tutti di soffermarsi sui necrologi. Non mi riferisco all’occhiata un po’ ansiogena, che ogni tanto (chi, ogni giorno) buttiamo all’ultima pagina del quotidiano locale. Quell’occhiata che, dopo una perlustrazione veloce, ma pur sempre attenta, si rilassa o si irrigidisce a seconda di ciò che scopriamo.

Mi riferisco a una mia consuetudine, di soffermarmi sui cartelli mortuari, per leggere le informazioni sul defunto. Di solito mi attirano i groupage di cartelli, almeno 8 o 10: un numero abbastanza rappresentativo da permettermi di esercitare la mia passione per la statistica. E allora, il sesso, l’età e il punto di partenza dell’ultimo viaggio, mi offrono ottimi spunti per confermare o mettere in discussione gli ultimi rapporti socio-demo sulla popolazione italiana. Inorridite?

Ho un rapporto tutto particolare con la morte, avendola sperimentata in modo profondo, drastico e doloroso. Ci sono stati momenti in cui le perdite si sono manifestate in modo così pesante, e sovrapposte l’una all’altra, da anestetizzarmi. Una reazione superficiale, sia chiaro, mica sono un robot. Ma il dolore grande, lo sappiamo, può annientare. O metterti in una sorta di stand by emotivo, che rimanda a data da destinarsi l’inizio dell’elaborazione del lutto.

I miei lutti (tanti), credo di averli elaborati completamente. E quando penso ai miei morti, sorrido e mi si riempie il cuore di gioia. Di mio padre, ad esempio, mi vengono in mente gli anni meravigliosi passati insieme, lui, il mio massimo supporter e io, sempre pronta a sorprenderlo. Come quella volta che ero stata chiamata in Rai per un provino e lui, sempre al mio fianco, per ammazzare la lunga attesa aveva familiarizzato con un gruppo di cameramen, che lo avevano invitato a pranzo nella mensa aziendale e poi in studio, a seguire con loro una diretta. A fine giornata, si erano salutati tutti manco fossero colleghi!! :)))) Ho riso da Milano a Cremona… Peccato averlo “goduto” troppo poco…

Dunque… Torniamo al muro di necrologi, davanti al quale disegno scenari. Incluso il mio posizionamento lì in mezzo. “A che età vorrei morire?” è la domanda che mi pongo. “A quale età, potrei ben figurare lì in mezzo?”

Stamattina, durante il percorso verso l’azienda, ho trascinato un collega nel medesimo esercizio previsionale. Io ho abbozzato una forchetta 78/83. Lui, invece, si è spinto più in là: 85/88. “Ma solo per godere qualche anno, dei soldi della mia pensione!” E’ stata la sua motivazione.

A quello, in effetti non avevo proprio pensato. Il collega si è dimostrato più “funzionale” di me. Io ne ho invece fatto una questione di potenziale di efficienza fisica. Oltre gli 80, non riesco proprio ad immaginare come potrà rispondere il mio corpo, mentre, salvo scossoni, potrei arrivare a #turning80 in uno stato di forma accettabile, sufficientemente lucida e autonoma per firmare, di mio pugno, l’opera di una vita intera.

Ho detto 78? Ne mancano (solo) 30, allora. Non c’è tempo da perdere…

 

 

 

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