Foglie di insalata, capperi, ciliegine di morbida mozzarella di bufala, teneri datterini. Un giro d’olio e sguardi che si incrociano. I tuoi occhi un po’ infossati, ma sempre vivacissimi. Stanchi, provati, ma vivi e presenti. I miei che ti guardano e per una frazione di secondo rischiano di inumidirsi, ma per fortuna non succede. Ci guardiamo negli occhi e sappiamo, non c’è bisogno di parlare.

Di certo, non posso immaginare il dolore che provi e che stai combattendo come un gladiatore, pur rivelando le tue debolezze. Perché davanti alla più grande perdita che una donna/madre possa sopportare, non c’è abito che nasconda il dolore, non c’è patina che possa mimetizzarlo. Il tuo, poi, è un dolore particolare, non è neanche la morte, è altro. Questo “altro”, che suona come una condanna scolpita dentro la tua anima, indelebile al tempo, pesante come il più pesante dei macigni, da portarsi addosso fino alla fine dei giorni.

Mentre ascolto il tuo racconto lucido, di madre e donna, ripercorro quella brutta settimana, quando mi hai dato la notizia e quando ti  ho vista per l’ultimo saluto. Ed ho ripensato a quante volte abbiamo parlato di noi, delle nostre difficoltà di madri, di come non sia facile trovare soluzioni, perché spesso manco sai dove andarle a cercare. Ti sembra di fare il possibile, invece non è così. Ti sembra di aver inquadrato la questione, invece ritorni al punto di partenza, con in più nuovi cocci da raccogliere.

E mentre sei lì che raccogli, provi a pensare al cosa, al come, al perché. Poi continui a raccogliere e quasi ci fai l’abitudine. Fai l’abitudine a situazioni che non si dipanano, risposte che non arrivano, speranze che si infrangono. Metti pure che stai sbagliando, ma lo fai in buona fede e in ogni caso non stai commettendo errori più grandi di quanti non ne abbiano commessi altre madri, che vivono condizioni di assoluta normalità. Troppa normalità? Forse. Siamo state anche noi figlie e figli prima ancora di diventare genitori, insomma, sappiamo cosa vuole dire crescere, evolvere, sbagliare, piantare la testa contro il muro, farsi male e rialzarsi. Poi correre di slancio in avanti e bruciare tutti sul finale. Quindi, dove sta l’errore, dove sta…

Ora è in parte tutto inutile, le domande rimarranno lì a mezz’aria, almeno le tue. Domande, dolore e cocci è tutto quello che ti ha lasciato, non ci sono altre parole da aggiungere.

Amica mia… madre.

 

 

 

Stampa Stampa