C’è una categoria di “sportivi”, che merita di essere osservata da molto vicino. E’ quella dei “master”, alla quale appartengo da un paio di anni, una categoria alimentata a pieno ritmo dalla FOLLIA.

Prima di tutto, chi sono i MASTER? Si tratta di individui che praticano assiduamente sport in età più o meno matura, partecipando a competizioni ad alto tasso agonistico ad essi dedicate. Nel canottaggio, ad esempio, si accede alla categoria master a partire dai 27 anni, età nella quale molti atleti gareggiano ancora nelle categorie assolute, sfidando i fuoriclasse della nazionale. Penso che funzioni così anche nella altre discipline sportive.

Se vi starete chiedendo, con un ironico sorriso sulle labbra, quanti possano essere questi atleti un po’ svitati, che si massacrano di allenamenti e di gare da infarto, vi rispondo subito che probabilmente, nel mondo, ci sono più master che atleti agonisti. In Giappone, ad esempio, il numero dei master canottieri supera di gran lunga il numero degli atleti che competono nelle categorie agonistiche e non immaginereste mai la quota spaventosa di master over 65. Perché, secondo voi, tutto ciò? Perché lo sport fa bene? Perché fare sport in età matura riduce il rischio di patologie orribili? Perché in gara è bello socializzare? Perché quando sei vecchio vale la regola del “take it easy” e chissene se la gara non è andata bene?

No, nooooo e poi NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!

L’atleta master è un vero pazzo. Si allena come un agonista, gareggia per vincere, elabora strategie incredibili per risultare competitivo e spiazzare gli avversari, si arrabbia chiudendosi in sé quando le cose non vanno, mette in mostra, come stellette guadagnate su un campo di battaglia, le ferite e i traumi causati dalla pratica feroce della sua disciplina sportiva. E tutto ciò lo fa a pagamento (cioè, pagando lui di tasca sua…), rischiando la salute, senza un pubblico che lo sostenga, ma soprattutto senza che nessuno si aspetti da lui l’impresa. Quindi… lo fa solo per sé. Follia, appunto.

Se pensate che i master siano tutti ex atleti agonisti di rientro, dopo un lungo, talvolta lunghissimo periodo di stop (si parla anche di 30 anni di latenza del virus dell’agonismo…) vi sbagliate di grosso. Moltissimi corridori, nuotatori, tennisti e triatleti, sono individui che hanno esclusivamente praticato sport da bambini, durante le ore di educazione fisica (si chiamava così negli anni ’70) o al massimo hanno praticato qualche corso post scolastico. Si trattava davvero di “educazione” impartita a dovere, tant’è che ancora oggi, i “baby boomers” e la “generation x” non riescono proprio a stare fermi.

Le donne, poi… sono tremende. Corrono, nuotano, vanno in bici, poi vanno anche in montagna a scalare, poi sciano, poi remano, poi corrono di nuovo, in un loop senza fine, sempre con il sorriso sulle labbra, con le endorfine che hanno dato loro al cervello. Drogate di attività fisica estrema, perché bisogna essere un po’ “fuori” e avere del bel coraggio a buttarsi a capofitto in imprese ai limiti dell’accettabile, senza tenere conto del possibile impatto sulla salute, con i figli che le guardano con sospetto domandandosi che fine abbiano mai fatto le mamme di una volta (cioè le nonne).

Così è anche per i maschietti, che ad esempio, all’alba dei “70”, giocano a tennis alle 3 del pomeriggio, sotto un sole estivo cocente, in totale apnea (provate a respirare a Cremona in luglio), bestemmiando se la “volée” non è andata a segno.

I master che “assaggiano” la competizione in tarda età si cimentano perlopiù in imprese contro se stessi. Diventano mezzo-maratoneti, maratoneti, triatleti, ultra-maratoneti e hanno come obiettivo migliorare il proprio cronometro. Le privazioni, per raggiungere l’obiettivo, sono immani al punto da portarli a modificare drasticamente lo stile di vita. Anche le famiglie, che subiscono in silenzio, rivedono la propria tabella di marcia, domandandosi per quale motivo lo stiano facendo, mentre gli amici, che sui social network sostengono il master con toni di acceso entusiasmo, dietro le quinte scuotono la testa e un po’ compatiscono. Perché il mondo non gira certo in modo distorto, come se lo sono reinventati loro.

Ad un livello di follia ancor più grande, sta la categoria dei MASTER EX-AGONISTI. Si differenziano da questi appena descritti sopra, perché in gioventù sono stati dei veri atleti. Hanno provato quindi la gioia della vittoria, il peso della sconfitta, sanno cosa significhi il dolore, lo stress, l’affanno, ma soprattutto non hanno metabolizzato a dovere il ritiro dalle competizioni. Magari non è così per tutti, ma la “carogna agonistica”, come la chiama in modo azzeccatissimo un mio caro amico bolognese, ecco quella non ti molla più.

Il master ex-agonista non si comporta come quell’altro, anzi. Prima di tutto, pratica una disciplina dove vince chi arriva primo e non chi taglia il traguardo. La medaglia di partecipazione, a questa tipologia di “atleta”, non interessa. Lavora in modo nascosto, non scopre le carte, tiene un profilo bassissimo. Non sfoggia il sorriso invasato dell’omologo “amatore” e non dichiara i suoi obiettivi. In fondo, continua ad essere un agonista e questa, signore e signori, è pura strategia.

Ecco, a questa categoria appartengo io, che ho scelto di tornare alle competizioni praticando una nuova, meravigliosa e durissima disciplina, ovvero il canottaggio.

Le gare si finiscono così. Stravolti...

Le gare si finiscono così. Stravolti…

Ieri abbiamo gareggiato in doppio mix e siamo andati malissimo. Conosciamo bene i motivi e sapevamo anche che, nonostante la medaglia d’argento conquistata nell’ultima gara, correvamo rischi grandissimi. Rischi, che si sono puntualmente trasformati in una débâcle e io, da ieri, non faccio che rimuginarci sopra, ripromettendomi che mai e poi mai, dovremo permettere il ripetersi di un evento del genere.

… scusa? A 50 anni, pensi e parli come una di 20? Ma che, sei pazza?

Sì, il master ex-agonista pensa, ma soprattutto, agisce come se avesse 15 anni, al massimo 20. Ieri, durante le gare, lo speaker raccontava aneddoti sugli atleti in acqua e, riferendosi a una ultracinquantenne in grande forma, rivelava al pubblico che la sua tabella di allenamento prevede uscite in barca tutti i giorni, con programmi miratissimi. Questa signora, sui 1.000 metri, si è espressa cronometricamente meglio della rivale under-40. Poi ci ha messo sotto, in coppia con un vogatore ancor più anziano.

I master VOGLIONO VINCERE. E per questo diventano abili tessitori di trame incredibili. Ad esempio, si abbinano a vogatori/trici più giovani e prestanti per spiazzare la concorrenza e mettere a segno il colpaccio. Perché non sempre noi master veniamo suddivisi per le categorie di età, come prevede il regolamento ufficiale. Molto spesso ci ammucchiano tutti insieme e vinca il più giovane. Ma queste sono le regole del gioco…

In acqua, trovi poi ex campioni e ex campionesse, olimpionici e olimpioniche. E tu te la devi vedere con loro. Questo è l’aspetto bello e motivante, perché pur sapendo di avere ben poco da fare contro di loro, ce la si mette tutta per tenergli testa. A noi è già successo di gareggiare contro una campionessa del mondo under 23, in barca insieme al padre. Ci hanno battuti, ma siamo riusciti a spiazzarli costringendoli ad una gara tirata e ancora oggi, quando ci incontriamo sui campi di regata, scambiamo battute ricordando quella gara memorabile (lo è stata davvero).

Memorabile? Ma per chi? In casa c’è un clima di educata insofferenza nei nostri confronti e più che “memorizzare” i risultati, i nostri cari tendono a voltare pagina in fretta, sperando che la prossima gara sia il più lontano possibile. Invece no… noi siamo già lì che programmiamo la prossima regata, facendo il retro-timing degli allenamenti, che dovranno essere più numerosi e più intensi di quelli precedenti, altrimenti chi lo fa il risultato?

Folli, folli e ancora FOLLI!

Ma, insomma, perché lo fate? Noi, ad esempio, lo facciamo perché quest’anno vorremmo partecipare al Campionato del mondo Master di Bled.

… ehm… ho forse scritto “partecipare“? OK, dopo correggo.

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